Il museo conserva una importante collezione di attrezzi da cava per la lavorazione del marmo appartentni alle diverse epoche storiche. Mazze, mazzuoli, cunei scalpelli erano gli strumenti utilizzati nei più antichi metodi di estrazione che consistevano nell’allargare le fenditure della roccia fino a provocarne il distacco dal monte;
Quando queste non erano abbastanza marcate venivano inseriti dei cunei di legno bagnati che ingrossandosi favorivano il distacco del blocco. Tramite la battitura di cunei di ferro, inseriti in apposite canalette scavate nel masso gli antichi marmorai potevano altresì ottenere piani di distacco orientati secondo precise direzioni utili allo sfruttamento del giacimento. Questi metodi di estrazione, basati sull’attività manuale dell’uomo, furono utilizzati a Carrara dall’epoca antica fino al XIX secolo, quando vennero introdotti i primi macchinari per la lavorazione del marmo. Solo nel 1831 con l’introduzione della miccia a lenta combustione si diffuse il metodo della varata con l’uso intensivo della polvere pirica.
Un foro profondo veniva praticato nel masso, nel quale poteva essere versato dell’acido cloridrico per allargare la camera di combustione che veniva riempita della polvere nera necessaria per l’esplosione. L’inconveniente di questa tecnica consisteva nel non riuscire a controllare interamente la grande massa di montagna che si staccava della quale si perdeva un grosso quantitativo andato in frantumi; gli stessi volumi di roccia rimasti in loco venivano spesso danneggiati al punto da non poter essere lavorati proficuamente. La produzione di ingenti quantitativi di detrito accumulati in ammassi chiamati ravaneti, è un problema ancora attuale; talvolta sono stati utilizzati per l’apertura di strade come vie di accesso alle cave, spesso la loro rimozione diviene indispensabile per la continuazione delle attività estrattive. A fine ‘800 furono introdotti a Carrara i primi impianti a filo elicoidale che si diffusero ampiamente nel corso dei primi decenni del Novecento.
Era composto da tre fili di acciaio avvolti ad elica con un diametro tra i 3 e i 5 mm. Il filo correva lungo un dispositivo di tensione composto di pulegge, montanti, frizioni, un circuito chiuso mosso da motori elettrici che esercitava una pressione contro la roccia trascinando una miscela di acqua e sabbia silicea naturale; era la sabbia che realizzava una forte azione abrasiva provocando lo scavo progressivo di un piccolo solco. I frammenti del taglio venivano portati via dall’acqua che aveva la funzione anche di raffreddamento del filo. La velocità media del taglio era di circa un metro quadro all’ora. Nel 1897 venne introdotta la puleggia penetrante conosciuta come macchinetta Monticolo. Il filo veniva premuto contro la roccia attraverso un piccolo volano in grado di tagliare il marmo che scendeva lungo la linea del taglio; veniva eseguito contemporaneamente un foro di diametro ridotto che faceva da guida per il sostegno della puleggia penetrante, la quale poteva avere un orientamento sia orizzontale che verticale.
Nel 1978 si ebbe un’altra grande rivoluzione tecnologica: l’introduzione della tagliatrice a filo diamantato, evoluzione del filo elicoidale nel taglio a monte e sui piazzali. Anche in questo caso deve essere preparato il passaggio del filo attraverso una perforazione all’interno della quale si svolge un cavetto di acciaio che supporta cilindretti ricoperti di diamanti sintetici di diverse granulometrie, chiamati perline. Il filo diamantato permette tagli, in tutte le direzioni e in tutte le condizioni di cava. La velocità di taglio che riesce a raggiungere va da 10 a 15 metri quadri all’ora. La tagliatrice a filo diamantato è composta da una sezione motrice per la rotazione del volano e il trascinamento lungo binari orizzontali, e da una centralina di comando. Anche in questo tipo di taglio viene impiegata l’acqua allo scopo del raffreddamento e dell’ allontanamento delle polveri prodotte dal taglio.