Il Parco della Padula, il cui nome deriva dai ristagni del torrente Gragnana, nasce come area agricola. Nei primi decenni dell’ottocento fu acquisito da Domenico Andrea Fabbricotti, della famosa dinastia di industriali e commercianti di marmo di Carrara e fu attrezzato come podere con casa padronale e cinque casamenti rurali.

Nel 1879 iniziò l’edificazione della villa in stile neorinascimentale , su progetto di Vincenzo Micheli: tre piani fuori terra, con pianta a croce greca e balcone con timpano recante lo stemma di famiglia (una torre con cornucopia in capo). Il parco risente dell’ influenza del gusto anglosassone del proprietario Bernardo Fabbricotti, che proprio a Londra curava gli interessi della famiglia.E’ allora che il parco assume le caratteristiche di un giardino all’inglese con prati, alberi di pregio, qualche elegante gazebo e il monumento con il busto del fondatore di quell’angolo di paradiso, Domenico Andrea Fabbricotti. Nel 1890 l’opera viene completata con un nuovo accesso che, di fatto mette in ombra quello della via di Sorgnano: l’Ingegner Leandro Caselli progettò l’ingresso/guardiania a forma di castello medioevale in matto0ne sulla strada per Gragnana, più pratico e vicino alla città e ai suoi nuovi assi viari.

Negli anni Trenta del Novecento la famiglia Fabbricotti fu colpita dalla crisi dell’industria del marmo con una catena di fallimenti e la perdita di gran parte dei beni.

Soltanto negli anni Settanta del Novecento cominciarono gli interventi atti ad un recupero come parco per la città con operazioni di ristrutturazione e riqualificazione della Villa.

 

 

La XI Biennale di Scultura e la nascita del Parco artistico con sculture ambientali:

In occasione dell’ XI Biennale di Scultura del 2002, la Padula è stata adibita a parco artistico di sculture ambientali. Il paesaggio del parco è stato “declinato” al presente con sculture di artisti di fama internazionale, dove il contesto paesaggistico diviene spazio dinamico rivisitato in chiave contemporanea attraverso progetti integrati tra opera d’arte, ambiente e territorio. Il parco assume quindi nuove valenze culturali e simboliche, in una nuova percezione dell’arte in stretta interazione con l’ambiente circostante.

“Scolpire il marmo”, a cura di Giuliano Gori, è la sezione dell’ XI Biennale dedicata alla scultura marmorea contemporanea che si articola nel  Parco della Padula.

Le opere esposte costituiscono il primo museo di scultura contemporanea all’aperto di Carrara.

L’israeliano Dani Karavan “Crescita” (2002), ha lavorato un blocco di marmo di ingenti dimensioni provocando al centro di esso, mediante un esplosione, un buco riempito poi di terra in cui è stato posto un ulivo, metafora della presenza vitale dell’uomo e delle sue speranze nel mondo. L’albero in breve tempo ha unito le sue radici al terreno su cui poggia il blocco marmoreo costituendo con esso un’unità inscindibile che non permetterà di poter rimuovere l’opera dal suo sito attuale.

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Sol Lewitt “Curved Wall” (2002), ha allestito una muraglia di forma vagamente sinusoidale, che emerge imponente dai prati del parco, costruita per aggregazione successiva di piccoli cubi marmorei.

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Si prosegue con l’opera del minimalista Robert Morris, che gioca sul rapporto filosofia-scultura costruendo un pensatoio ideale “La nottola di Hegel” (’01-’02).

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Ian Hamilton Finlay “Omaggio a Rousseau” (2002), che incide sul marmo di due strutture contrapposte parole di apologia al pensiero liberatore e antiaccademico di J.J. Rousseau.

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Mario Merz “Abbiamo visite” (2002), e con l’enigmatico sguardo rivolto agli spettatori dalla testa marmorea collocata da sul davanzale della Villa.

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Claudio Parmiggiani “Senza titolo” (2002),poggia un gigantesco uovo di marmo levigato sulla stretta fenditura scoscesa che separa due pareti di roccia fronteggiantesi. L’oggetto di Parmiggiani si pone come modello paradigmatico delle forme meravigliose del fare e del pensare umano, come ponte lanciato tra il possibile e l’impossibile, come vertiginosa metafora dell’avventura intellettuale umana, tesa a unire il conosciuto con l’ancora sconosciuto camminando su un paradossale crinale aperto al pericolo del vuoto e alla ricchezza delle significanze naturali.

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Luigi Minolfi “Ballerine” (2002),   le Ballerine di Mainolfi sono invece leggiadre creature a tre gambe, che intrecciano un’enigmatica danza perimetrando il bordo di un pozzo recintato. La loro diafana leggerezza, che vive della malia di una raggiungibilità sempre sfuggente, non può che inquietare, suggerendo la possibilità di misteriosi mutanti con cui potremmo un giorno dover dividere la nostra esistenza.

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